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Dalla somministrazione alla gig economy: la tutela del lavoratore e del datore di lavoro

Sempre più spesso si sente parlare di gig economy. Questa espressione compare su giornali, siti web e anche in politica: fu la stessa Hillary Clinton a utilizzarlo nel 2015 durante un discorso della sua campagna elettorale, diffondendone l’uso. Ma ancora oggi non a tutti è noto il suo significato.
Le domande su questo argomento sono numerose e le principali riguardano la tutela dei lavoratori e gli obblighi a cui i datori di lavoro dovranno rispondere.

Cos’è la gig economy? E come si sta evolvendo?

La gig economy fa riferimento a quel mondo di lavoratori che svolgono attività saltuarie come il baby-sitting, la consegna di pizze a domicilio, l’affitto di una camera (Airbnb), il servizio Uber ecc…

Sembra che il termine “gig” – la cui traduzione dall’inglese americano significa “lavoretto” – sia stato usato per la prima volta nel ‘900 per indicare l’ingaggio di artisti jazz per una serata. Col tempo il termine si è diffuso e il significato è rimasto invariato. Al giorno d’oggi, grazie alla creazione di apposite piattaforme dove la domanda di lavoro può incontrare l’offerta, questa tipologia di impiego si sta diffondendo più velocemente del previsto. I cosiddetti “lavoratori delle piattaforme” sono in costante aumento e non hanno intenzione di fermarsi.

Dal 2010 al 2016 l’ISTAT ha infatti registrato un aumento di persone retribuite con il sistema dei voucher pari a 1 milione e 700 mila, affermando inoltre che il numero di datori di lavoro che richiedono questo servizio è moltiplicato per quattro, e quello dei rapporti di lavoro per cinque.

È possibile dividere questi “platform workers” in due grandi gruppi:

  • I crowd workers, letteralmente i “lavoratori della folla”: sono dei freelance professionisti che utilizzano internet per trovare lavoro, spulciando tra centinaia di migliaia di annunci proposti dalle aziende in cerca di personale. Questo consente al lavoratore di effettuare lavori a breve termine da lui selezionati e di gestire il proprio tempo e le proprie attività a seconda delle esigenze personali.
  • I riders: sono coloro che svolgono lavoretti saltuari e sono assunti dalla piattaforma stessa che non è più un semplice intermediario, ma un vero e proprio datore di lavoro.


La situazione nel mondo

La situazione italiana è simile a quella di altri Paesi: in Gran Bretagna, ad esempio, nel 2017 si è stimato un numero pari a 1 milione e 600 mila persone che basano il loro reddito sul lavoro saltuario. Il primo ministro Theresa May però, non sembra contenta di questi dati e ha dichiarato di voler porre fine allo “sfruttamento di massa dei lavoratori della gig economy”.

I primi cambiamenti si stanno verificando a partire dall’azienda DPD (trasporto merci), che ha messo i propri lavoratori saltuari davanti a due possibilità:
1. Continuare a lavorare come freelance a tariffa piena, ma senza alcuna copertura contributiva
2. Dichiararsi dipendenti in modo da ricevere coperture assistenziali, ma anche uno stipendio inferiore

Negli Stati Uniti i numeri di lavoratori delle piattaforme sono addirittura quadruplicati. Attualmente le persone coinvolte risultano 4 milioni e si prevede un aumento di altri 3 milioni per il 2020. A differenza dell’Italia, la gig economy negli States sta coinvolgendo una diversa fetta della popolazione: sono infatti principalmente i pensionati a svolgere questo tipo di lavoretti, per arrotondare a fine mese a causa delle magre pensioni.

Come ogni fenomeno che si rispetti, sono state create fondazioni a sostegno di questa “economia saltuaria”.

Inoltre, all’estero si sta pensando di creare una nuova forma di lavoro i cui rappresentati vengono definiti “independent workers”: lavoratori nè dipendenti né autonomi ai quali è riconosciuta una previdenza basilare e il diritto a un minimo fisso di retribuzione, senza avere però diritto alle ferie, malattia retribuita e tutela in caso di licenziamenti.

La contrattazione come punto di partenza

In un mondo dove l’economia è in continua evoluzione, la contrattazione – soprattutto nella gig economy – dovrebbe essere il pilastro da cui partire. Avere un rapporto regolamentato da un contratto consente sempre di garantire tutele maggiori, oltre a costituire una forma di rispetto e dignità tra le parti.

Essere un rider può fare comodo a un giovane studente che cerca di risparmiare i soldi per le vacanze, ma quando queste professioni diventano veri e propri lavori, si sente l’esigenza di formalizzare concretamente il rapporto professionale tramite contratto.